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Vitigni autoctoni italiani:
Testimoni del passato e protagonisti del futuro

Rosa D'Ancona– 10 Giugno 2005

 
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In un mondo sempre più segnato dal cosiddetto 'gusto internazionale', dettato da vini che derivano da vitigni internazionali, quali Cabernet, Merlot, Chardonnay e Sauvignon, l'Italia, con la sua tipicità enologica, frutto di varietà autoctone invidiate da tutto il mondo, tenta oggi di vincere il confronto con i produttori stranieri riportando la giusta attenzione sulle zone d'origine dei vini e sulle culture locali ad esse associate.

Con quasi 350 vitigni autoctoni coltivati, il Bel Paese costituisce sicuramente una realtà rappresentativa di quale sia la strada da perseguire nel mondo del vino per combattere l'appiattimento delle produzioni a cui oggi si assiste passivamente in buona parte del globo.

Il futuro del vino, a parere di ricercatori ed esperti di mercato non può che essere nelle mani della tradizione e quella italiana ha tutte le potenzialità per poter dettare le regole di questo nuovo mercato e non subirle. Lo dimostra il crescente interesse del mercato nazionale ed internazionale verso vini italiani con prerogative uniche in grado di distinguersi da un panorama gustativo appiattito dal crescente impiego enologico di varietà di vite straniere.

vigneti
Vigneti Italiani

I vitigni autoctoni e antichi: una risorsa da svelare e promuovere
Il 3, 4 e 5 giugno scorsi si è svolto a Napoli 'Vitigno Italia', il 1° salone dei vini da vitigno autoctono italiano. Non si è trattato di una fiera, bensì di un palcoscenico dove si sono incontrati i produttori che hanno saputo mantenere o riscoprire le radici della propria terra, i giornalisti italiani e di tutto il mondo che questo patrimonio hanno contribuito finora  a valorizzare attraverso il loro lavoro di comunicazione, il trade italiano e mondiale che ne ha reso possibile l'accesso al pubblico e tutti gli appassionati che hanno potuto assaggiare i vini esposti presso enoteche regionali allestite lungo il percorso. Iniziative come questa sottolineano come ormai parlare di vino italiano significhi il più delle volte parlare di vini unici che rispecchiano vocazioni territoriali e selezioni locali di vitigni che hanno nella storia antica le loro origini ed il loro consolidamento ampelografico.

L'aggettivo autoctono è indice di un nuovo modo di identificare il vino; il valore di questo aggettivo e l'influenza sui fattori d'acquisto del consumatore sono oggetto di analisi, interpretazioni e progetti, in parte già in atto, che potranno rivoluzionare l'idea di vino italiano sia nel nostro paese che all'estero.

Ecco perchè si moltiplicano le iniziative per la tutela e la valorizzazione di questi vitigni antichi e gli sforzi per attuare un  piano nazionale ed una metodologia che consenta da un lato una classificazione oggettiva e coerente, distinguendo i sinonimi, i cloni, ecc. (ad esempio, ci sono vitigni "ubiquitari" come il Sangiovese, presente diffusamente nel centro Italia; vitigni "regionali", ad esempio il Nero d'Avola in Sicilia; e vitigni decisamente "locali", coltivati in un ambito ristretto di una regione, come il Sagrantino in Umbria); dall'altro un'incentivazione della sperimentazione viticola ed enologica, coinvolgendo i produttori che ad oggi sono i veri protagonisti della rinascita dei vini da vitigni autoctoni e senza i quali una vera e propria vitivinicoltura dei vitigni autoctoni è impossibile.

Molti produttori vitivinicoli italiani di qualità, in nome di un ritrovato spirito di ricerca e di innovazione,  hanno scelto di  investire anche ingenti risorse finanziarie ed energie intellettuali nella sperimentazione sui vitigni autoctoni  (molti caduti in disuso e non certo per motivi semplicemente qualitativi), considerandoli uno strumento essenziale per consolidare ed aumentare il prestigio del vino italiano sui mercati nazionali ed internazionali. Per altro, a dare impulso a quest'attività è stata anche  la crescente domanda da parte dei consumatori, sempre più attratti da vini espressione di territorio - e quindi di valori e di tradizioni antiche - e apprezzati proprio in virtù della loro tipicità.

Diverse istituzioni si sono attivate per  sostenere quei produttori che si impegnano fortemente nella valorizzazione dei vitigni autoctoni e antichi italiani. Fra queste una delle più attive è stata l'Associazione Nazionale Città del Vino, la quale ha messo in campo molteplici iniziative volte a tutelare e valorizzare i vitigni autoctoni italiani. Fra gli altri, sono da segnalare il progetto per un 'Giardino dei Vitigni Antichi' in Calabria; l'edizione del 'Dizionario dei Vitigni Antichi'; il programma 'Vinum Loci', per lo studio e la valorizzazione di alcuni vitigni da portare in produzione; 'VIP - Vino In Piazza', ovvero momenti di degustazione nelle Piazze delle varie Città del Vino italiane dedicati esclusivamente ai vini da vitigni autocotni. Infine, la promozione di un emendamento alla Finanziaria 2005 che contiene le seguenti richieste:

  • istituzione di una specifica sezione del Registro nazionale delle varietà di viti coltivabili che classifichi i vitigni autoctoni e antichi italiani;
  • l'intervento del Ministro per le politiche agricole e forestali che, con apposito decreto, ne limiti l'uso del nome e della coltivazione alle aree di appartenenza; e
  • l'attivazione di sgravi fiscali in favore delle aziende vitivinicole che investono nella ricerca, nella sperimentazione, nella qualificazione dei vitigni autoctoni e antichi italiani con un onere per il Bilancio dello Stato prevedibile in 1,5 milioni di Euro.

Il ruolo dei consumatori
Gli amanti del vino concordano nel ritenere che la grandezza del vino stesso sia nella sua varietà e nella sua diversità. Ma quanti in realtà sanno definire esattamente in cosa si esplica questa diversità nei cosiddetti vitigni autoctoni italiani?

Stando ad un sondaggio, condotto nel corso del 2004, i consumatori che parlano di vini autoctoni sono tantissimi ma, pochi sanno di cosa stanno parlando. La ricerca è stata condotta su 1000 persone, dalle Alpi alla Sicilia. Su base nazionale, ben il 68% degli intervistati dichiara di non conoscere il termine autoctono, e la percentuale sale al 72% se ci riferiamo al solo centro-sud.... Ma il peggio è che il 44% di questi presuppongono di conoscere il termine, il restante 32%, ritiene che il termine autoctono significhi genuino.

Inoltre, non risulta statisticamente significativa la percentuale di quanti, correttamente, identificano l'autoctono come 'vino del luogo'. Sconcertante la risposta alla richiesta di 'fare i nomi': oltre un terzo del campione (36%) indica come autoctono il Tavernello. I vini invece maggiormente, e correttamente, riconosciuti come autoctoni sono solo quattro: Barbera (67%), Sangiovese (63%), Verdicchio (61%) e Tocai (58%).

Da quest'indagine discende la necessità di promuovere una massiccia campagna d'informazione rivolta ai consumatori, per renderli non solo edotti, ma più responsabili. Politiche di marchio e strategie di comunicazione dei Vini Autoctoni italiani devono rientrare in un processo di comunicazione articolato: il 'territorio' d'origine, le caratteristiche del vitigno, la sua evoluzione storica e l'origine del nome vanno raccontati in maniera dettagliata, non è sufficiente limitarsi all'analisi organolettica del vino. Tale processo di comunicazione deve iniziare con l'etichetta e la controetichetta, per poi allargarsi alle guide e alle riviste specializzate, ai momenti di degustazione, alla preparazione dei titolari di enoteche, ristoranti etc.



 
 
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